venerdì 16 gennaio 2009

L'assalto a Gaza sui tg spagnoli

Dal fantastico blog Haramlik riporto quest'articolo. Non potete non assistere un atto di dignità e stile che in Italia non potrà mai avvenire.

Iñaki Gabilondo dirige uno dei principali telegiornali spagnoli. E ha iniziato il suo TG dell’altra sera rispondendo in modo estremamente chiaro ai ricatti morali della propaganda filoisraeliana e regalando, nel contempo, un saggio di dignità professionale impensabile in Italia. Ne consiglio caldamente la visione.
A continuazione, la mia traduzione di ciò che dice: il testo originale in spagnolo è disponibile
qui.
“L’accumulo di notizie stanca, ma non ci si può stancare di denunciare; l’assalto a Gaza continua, e lo denunciamo. Denunciamo lo stritolamento, l’abuso, l’oltraggio. E oggi denunciamo qualcosa di più. Che, come al solito, è puntualmente apparsa quella sorta di gas paralizzante, di inchiostro di seppia che tutto nasconde e macchia che è l’accusa di antisemitismo. Lo sapete: criticare il governo di Israele vuol dire scivolare nell’antisemitismo. Falso. Falso e compendio di ogni falsità.
Noi che abbiamo amato Violeta Friedman, che l’abbiamo appoggiata contro il nazista belga Leon Degrelle, che ci sgoliamo contro i negazionisti, non accetteremo alcuna insinuazione di antisemitismo. Questo modo di giocare a nascondino non vale. La Federazione delle Comunità Ebraiche di Spagna ci ha ricordato, in una lettera molto gentile, che ogni critica al governo di Tel Aviv deve evitare l’uso di stereotipi quali - cito testualmente - l’allusione a “nasi adunchi, grandi orecchie, espressioni torve, nonché stereotipi spirituali quali l’avarizia ebraica o i simboli religiosi come la stella di David o i riccioli dei religiosi“. Fine della citazione testuale. Prendiamo atto della lettera e ringraziamo per il consiglio anche se, ovviamente, non ne avevamo bisogno. Abbiamo lasciato la scuola d’infanzia già da tempo.
Ricapitoliamo, quindi: né antisemitismo, né nulla del genere. Riservatevi questi argomenti per occasioni migliori. Ciò che viene denunciata è un’azione politico-militare intollerabile, un comportamento che attenta contro contro tutti i principi faticosamente conquistati dalla comunità internazionale.
Noi non siamo Hamas. Riconosciamo lo Stato di Israele e il suo diritto ad esistere, ma oltre a ritenere che la politica del governo israeliano giochi contro gli interessi del suo popolo, la consideriamo perversa.
Entrare a sangue e fuoco in quel campo di concentramento che è Gaza, non è qualcosa che si possa giustificare. Come ha detto Antonio Gutiérrez, Alto Commissario dell’
Acnur, questo è l’unico conflitto al mondo in cui la gente non può nemmeno fuggire.
Gli israeliani devono essere rispettati innanzitutto dai propri governanti e da coloro che dicono di difenderli. Speriamo che si arrivi alla tregua che si cerca di ottenere in queste ore.”

martedì 13 gennaio 2009

Credito familiare

articolo di Paolo Consolini e Marco Di Marco pubblicato su www.lavoce.info

A fine novembre il governo ha presentato due nuovi strumenti di sostegno ai redditi delle famiglie: la social card e un bonus una tantum di importo variabile. Considerando l'inconsistenza delle politiche anti-povertà delle due passate legislature, si spera che queste misure costituiscano il primo passo sperimentale di un percorso di riforma del welfare. Restano però provvedimenti che per l'esiguità dell'importo e per l imprecisione del disegno tecnico, rifletterono più il desiderio di cogliere un successo di immagine che l'intenzione di alleviare significativamente le condizioni dei poveri.

mercoledì 7 gennaio 2009

Rignano e la Procura di Tivoli

Ritorna sulle pagine dei quotidiani online la vergognosa storia di abusi su minori di Rignano.
Lo spunto è venuto da un atto (per altro non ancora notificato) della Procura di Tivoli che, contestualmente, manda in archivio la posizione di tre degli otto indagati e dispone il deposito degli atti di accusa che prelude alla richiesta di giudizio per almeno tre donne (le maestre Patrizia Del Meglio, Silvana Magalotti e Marisa Pucci.
Ma quello che mi preme sottolineare sono le molte perplessità sul metodo investigativo utilizzato dalla procura di Tivoli.
Secondo l'articolo della Repubblica.it la Cassazione, nel confermare l'annullamento degli arresti di sei indagati, censura il lavoro del pubblico ministero Marco Mansi e del gip Elvira Tamburelli con argomenti, oltre che severi, definitivi. "Il quadro indiziario è insufficiente e contraddittorio".
Le testimonianze dei bambini - motore dell'istruttoria e suo incipit - sono l'esito "di domande inducenti degli adulti", che sollecitano "aspettative" di fronte alle quali "i bambini finiscono per conformarsi".
L'indagine ha compiuto i due anni. Non sono consentite altre proroghe. Ed è proprio allora che salta fuori un nuovo casale.
È una costruzione abbandonata, con un legittimo proprietario (per altro non legato da alcun rapporto con gli indagati), dove i carabinieri, con una procedura quantomeno singolare per dei minori tra i 4 e i 5 anni, accompagnano alcuni dei bambini, trasformandoli in protagonisti del "riconoscimento".
"È il luogo", concludono.
Vengono sequestrati dei piatti, dei palloni, una Barbie. Non sono più possibili perizie (l'indagine è chiusa). Ma "il fatto nuovo c'è".
La Procura può tirare dritto.
La storia può ricominciare.
Mi chiedo se qualcuno pagherà per i propri sbagli per i traumi cagionati a dei bambini? In un paese civile si ma nel nostro?

lunedì 5 gennaio 2009

L’incapacità di vivere dimenticando i fili spinati

Da un interessante articolo di Carlo Bertani pubblicato su disinformazione.it , che vi invito a leggere, propongo la parte finale:
Israele fu per molti anni alleato del Sudafrica dell’apartheid, e la “teoria” dei “territori occupati” sa tanto di “Bantustan”: se non basta, rimangono a testimoniarlo le molte collaborazioni in campo militare, anche quando l’embargo internazionale contro Pretoria non le avrebbe consentite (i missili Gabriel, ad esempio, che armarono le motovedette d’entrambi i Paesi).Il Sudafrica ha saputo uscire dal suo cul de sac con gran coraggio e lungimiranza: oggi non è certo tranquillo come un cantone svizzero, ma non fa parlare di sé – per massacri – almeno una volta l’anno. Quella sudafricana è stata un’esperienza creata dal dialogo e dalla reciproca fiducia: riconoscimento che avvenne sia dalla parte dei neri sia da quella boera. Non dimentichiamolo. Eppure, fu un azzardo che pagò, eccome.
Sull’altro piatto della bilancia, i bianchi sudafricani compresero che la dinamica demografica non li favoriva: non fu soltanto spirito filantropico, ma anche pragmatismo. Che, in ogni modo, funzionò, e potrebbe funzionare anche in Palestina – perché le dinamiche demografiche sono le stesse – se venisse meno l’assurdo principio di uno Stato basato su un’identità etnica e religiosa (peraltro, molto difficile da identificare). Ci chiediamo se, tramontata ogni ipotesi d’avere due stati che vivono in pace separati, non sia da prendere in considerazione l’ipotesi più semplice, che qualsiasi Stato veramente democratico e moderno dovrebbe sostenere. Quella di un solo Stato, con pari diritti per tutti e democrazia parlamentare: il sistema meno imperfetto che conosciamo, con tutti i suoi difetti. Una modesta ma concreta base di partenza. Che ci sarebbe di strano? Non dovrebbe essere la comune prassi di uno Stato che si professa democratico? Non sarebbe una buona occasione anche per i palestinesi, accusati d’essere “refrattari” alla democrazia? Cosa spiazzerebbe di più le leadership integraliste (d’entrambe le parti), bombe e razzi o una proposta che sa di sfida per la democrazia?
L’ipotesi è meno assurda di quel che si pensi, se si riflette sulla alternative. Israele non potrà mai vincere contro i suoi vicini: sono troppi, e la demografia li avvantaggia. Oramai, i flussi migratori verso Israele sono cessati da tempo.Può solo perdere o “pareggiare” – mi si passi il paragone calcistico – ma questo “pareggio” è la tragedia alla quale assistiamo, che oggi avvelena di dolore e di rabbia i palestinesi e domani, ad operazione conclusa, ci dirà quante famiglie israeliane piangeranno un loro figlio. Il sogno della “Grande Israele” è tramontato con il ritiro dal Libano e la mezza sconfitta del 2006: perché continuare in questa assurda tragedia? Nessun morto nella Shoà ne trarrà vantaggio, e nessun israeliano potrà mai sperare di giungere ad un così completo dominio da scapolare le sue paure ancestrali. Nessun popolo eletto, nessun
popolo massacrato.