martedì 15 luglio 2008

L'Italia non è una democrazia

Ogni giorno mi convinco sempre di più che l'Italia non è più una democrazia e che la colpa non è della nostra classe dirigente ma di noi italiani.
Ho trovato conferma ai miei pensieri un vecchio articolo di Felice Lima (Giudice del Tribunale di Catania) che vi sintetizzo.
C’è nella cultura diffusa del nostro Paese un colossale equivoco, frutto, peraltro, di una propaganda mistificatoria perseguita con costanza dai tanti che vi hanno interesse, per il quale si crede che la democrazia sia solo un luogo nel quale i cittadini scelgono mediante elezioni chi li governa. Riducendo a questo la democrazia, ogni volta che qualcuno avanza dubbi sul fatto che l’Italia sia un paese democratico gli si sbatte in faccia a muso duro come sia sotto gli occhi di tutti che i governanti vengono scelti mediante libere elezioni.
A tale assunto vanno opposte, però, due obiezioni.
Una, per così dire circostanziale, consistente nell’osservare che, per un verso, i cittadini elettori non possono votare per chiunque, ma solo per coloro che vengono candidati da quei centri di potere che sono i partiti e che, per altro verso, al momento vige in Italia una legge elettorale che addirittura non consente agli elettori neppure di esprimere un voto di preferenza.
La seconda obiezione, per così dire strutturale, consistente nell’osservare che la democrazia non è essenzialmente un “metodo di scelta del governante”, ma prevalentemente un “metodo di esercizio del potere” e un “sistema di relazioni fra i consociati”.
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L’elenco delle caratteristiche che deve avere un metodo di esercizio del potere per potersi definire democratico è lungo, ma, per brevità, mi limiterò al principio della separazione dei poteri figlio della rivoluzione francese.
Riducendolo all’osso, l’idea è che un gruppo di persone fa le leggi (il potere legislativo), altri le applicano (l’esecutivo, il governo), altri ancora (i giudici) controllano che la legge venga rispettata da tutti.
In Italia la separazione dei poteri è stata sempre ed è sempre più solo apparente. Essa dovrebbe essere una TRIpartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma, invece, è già costituzionalmente solo una Bipartizione, perché il potere legislativo e quello esecutivo coincidono: chi sta al governo (potere esecutivo) ha anche la maggioranza in Parlamento (potere legislativo).
Certo, nella Costituzione questo rapporto fra legislativo ed esecutivo era concepito come più “democratico” (basti dire che la Costituzione prevede che ogni parlamentare rappresenta l’intero corpo elettorale – e non solo i suoi elettori – e che è libero da vincoli di mandato – e dunque non è tenuto a obbedire al segretario del suo partito), ma nell’epoca dei “pianisti” in Parlamento (grazie ai quali anche gli assenti votano) e degli sputi in faccia in piena assemblea del Senato al senatore che non obbedisce agli ordini del segretario del partito tutto assume altri connotati e altro senso.
In definitiva, dunque, la separazione dei poteri è affidata a un solo asse: quello fra politico e giudiziario. Ed è di tutta evidenza che si tratta di un asse molto delicato e assolutamente non in grado di reggere un suo uso improprio.
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Un’altra caratteristica dei sistemi democratici è l’esistenza di controlli di legalità numerosi e diffusi.
La democrazia è un metodo di esercizio del potere e in una società democratica ogni potere è soggetto a controlli numerosi e diversi, diffusi a vari livelli dell’organizzazione sociale. Anche il sistema italiano sarebbe (purtroppo solo del tutto apparentemente) così.
Quello giudiziario, che dovrebbe essere l’ultimo controllo, quello eccezionale, è rimasto l’unico. E per giunta anche a quello si tende a togliere valore.
Nel nostro Paese l’opposizione non esiste, è solo una “modalità di spartizione del potere”. Siamo l’unico Paese dove è stato possibile a dei partiti dirsi contemporaneamente “di governo” e “di opposizione”.
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C’è democrazia in un posto nel quale i cittadini si ritengono titolari di uguali diritti e, soprattutto, sono disposti a riconoscersi reciprocamente questi diritti.
In un paese “democratico” i cittadini rivendicano i loro diritti, ma non si sognano di procurarsi privilegi.
E il nostro, sotto questo profilo, è l’esatto contrario di un paese democratico.Troppi italiani non cercano, non chiedono e non si battono per ottenere il rispetto delle regole e dei diritti di tutti, ma, al contrario, cercano di perseguire il proprio interesse personale “a qualunque costo”.
Il “popolo italiano” non vuole da chi ha potere giustizia, correttezza, rispetto delle regole, ma favori, “risultati”, “vantaggi”.
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Se l’intera classe dirigente del Paese può fondare il suo potere su menzogne, se i telegiornali possono essere falsi, se i concorsi truccati, se nella Commissione parlamentare antimafia ci sono deputati con gravi precedenti penali, vuol dire che questo “si può fare”, vuol dire che questo non suscita la reazione che ci sarebbe in un Paese almeno un po’ “democratico”.
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La nostra crisi è una crisi grave e profonda. Non è una crisi contingente, ma strutturale. Non può essere risolta da una o più leggi, né da migliori poliziotti o magistrati più efficienti (che pure sarebbero una gran cosa).
Di una sola cosa c’è bisogno e una sola cosa ci potrebbe salvare: un serio recupero di una cultura del rispetto degli altri e delle regole.
Questo va dicendo da tempo Gherardo Colombo, che, per testimoniarlo ha anche lasciato la magistratura e va in giro per il Paese insegnando “cultura della legalità”.
Il 30 gennaio scorso è stato il 60° anniversario della morte di Mohandas Karamchand Gandhi. Diceva Ghandi: “Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo”.
Come potremmo attendere da altri ciò che non siamo disposti a dare noi?

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